Venerdì 26 Agosto 2005 - Rassegna stampa per OPA su Antonveneta Torna su
ROMA - Se la battaglia per il
controllo di Antonveneta fosse un film, sul "rullo" vedremmo
scorrere i nomi a cui ormai le cronache ci hanno abituato: Fiorani, Gnutti,
Consorte, Ricucci, più altri immobiliaristi "minori".
"Pirati finanziari", come li ha liquidati il gip Clementina
Forleo, o "gente massacrata perché sta cercando di costruire un polo
imprenditoriale e bancario al di fuori dei circuiti tradizionali",
come li ha definiti il ministro del Welfare Roberto Maroni? Forse più
semplicemente "furbetti der quartierino", per usare
l'espressione del marito di Anna Falchi.
E Fazio nel film che ruolo ha?
Una cosa è certa: i "concertisti" hanno una valanga di
soldi. Un patrimonio quotato in borsa 11 miliardi di euro, soldi usati per
lanciare l'attacco ad Antonveneta. E il film, per continuare ad usare
questa immagine, ha due livelli: una ufficiale ed una nascosta, fatta di
operazioni dubbie, finanziarie offshore e persino un braccio di ferro tra
Banca d'Italia e Consob.
I titoli occultati. Dopo una serie di indiscrezioni e su
sollecitazione della Consob, il 6 aprile 2005 la Banca Popolare italiana
comunica di non possedere, neppure tramite terzi, partecipazioni in
Antonveneta superiori a quelle ufficialmente dichiarate alle autorità di
vigilanza. In quel momento, quindi, la sua quota ufficiale è ferma al 10%
circa.
In realtà già da fine 2004 la Bpi ha finanziato con 545 milioni 18
"clienti speciali" che hanno rastrellato azioni della banca di
Padova. I titoli comprati con i soldi della banca verranno rivenduti alla
stessa Banca popolare italiana a inizio aprile. I "concertisti"
registrano plusvalenze attorno al 25 per cento senza aver speso una lira.
Lodi grazie a loro si è assicurata il controllo di Antonveneta da diversi
mesi.
I soldi al
"furbetto". La Bpi nega a lungo di aver alcun rapporto con
Stefano Ricucci, azionista al 4,9% di Antonveneta impegnato nello stesso
periodo nelle partite Bnl e Rcs. Tanto che all'immobiliarista romano, che
in assemblea a Padova si è presentato con una lista autonoma, non viene
in un primo tempo applicata l'ipotesi del concerto con gli altri soci
forti della banca padovana.
Già a febbraio la Finanza ha sequestrato a bordo di una Mercedes degli
uomini di Ricucci al confine italosvizzero i documenti sulla Garlsson.
Dalle perquisizioni a Lodi emergerà che la finanziaria offshore è stata
"foraggiata" per 100 milioni dalla Bpi per rilevare Antonveneta.
Nella sede della banca sarà trovata anche la minuta dell'intervento di
Ricucci nell'assemblea di Padova le vendite con l'elastico.
Le vendite con "l'elastico". La Banca Popolare italiana
annuncia a inizio luglio di aver venduto una serie di partecipazioni di
minoranza in aziende da lei controllate. Le operazioni servono per
migliorare la situazione finanziaria del gruppo e rispettare i
"paletti" patrimoniali imposti dalla Banca d'Italia per dare il
via libera alle Offerte pubbliche d'acquisto di Fiorani sull'Antonveneta.
Le intercettazioni, sostengono i magistrati, rivelano che queste sarebbero
vendite fittizie. Sintomatico il commento al telefono di Gnutti dopo la
vendita di una quota di Ducato alla sua Earchimede: "È venuta
un'operazione bellissima, neanche a farla apposta si riusciva". Poi
Fiorani chiama il numero uno di Unipol, Giovanni Consorte: "Cediamo
temporanemente (con la T maiuscola) queste partecipazioni".
L'ok di Banca d'Italia. Nella notte tra l'11 e il 12 di luglio la
Banca d'Italia dopo un iter piuttosto tormentato dà il via libera alle
offerte della Banca Popolare italiana su Antonveneta. L'ok presuppone il
riconoscimento della solidità patrimoniale di Bpi e la veridicità delle
operazioni previste nel prospetto (compresa la vendita delle quote di
minoranza del gruppo Bpi).
L'istruttoria tecnica si era invece conclusa con un parere negativo. Ma il
capo della Vigilanza di Bankitalia, Francesco Frasca dice al telefono che
"Fazio vuol dissentire da questa conclusione". Il governatore
riceve il rapporto e lo respinge al mittente dicendo che "sarebbe
stato doveroso" tener conto di un parere di un esterno (Fabio Merusi)
favorevole alla posizione della Bpi di Gianpiero Fiorani.
Il parere degli esperti. Per dare il via libera alle Opa di Lodi la
Banca d'Italia si basa sui pareri autorevoli e indipendenti di tre
prestigiosi professionisti esterni (Fabio Merusi, Agostino Gambino e Paolo
Ferro Luzzi) che, con un distinguo, hanno dato semaforo verde nelle loro
relazioni tecniche alla struttura delle operazioni messa in piedi dalla
Banca Popolare italiana e già bocciata dai tecnici di via Nazionale.
Dalle intercettazioni questi pareri indipendenti sembrano però
"pilotati". Agostino Gambino è a disposizione per eventuali
consigli di Frasca e con Fabio Merusi assiste al "taglia e
incolla" notturno per mettere a punto l'approvazione finale. Paolo
Ferro Luzzi ha dichiarato che Banca d'Italia "ha abusato delle sue
prestazioni professionali" per le quali non ha in realtà mai chiesto
né ricevuto compensi.
I file cancellati. La Banca popolare italiana ha respinto le accuse
di concerto ribadendo per tutta la prima fase della partita Antonveneta di
aver agito rispettando appieno le regole. I prestiti ai clienti favoriti
erano in questo caso - sostiene Bpi - normali operazioni finanziarie e non
artifici per aggirare le regole sulle offerte in Borsa.
I magistrati confermano invece che, quando a maggio viene perquisita la
sede della Banca Popolare Italiana, i finanzieri trovano che la memoria
del file del direttore finanziario è stata completamente cancellata
appena la notte prima. Ai clienti speciali, ricostruisce l'inchiesta erano
concessi tassi bassissimi, anche dello 0,1 per cento annuo, sui
finanziamenti.
E dopo la pausa di ferragosto il rullo del film sulla scalata ad
Antonveneta, ovvero l'inchiesta della Procura di Milano, ha ripreso a
scorrere. Con la Finanza che ha perquisito gli uffici romani della Magiste
di Stefano Ricucci, in quelli bresciani di Earchimede e GP Finanziaria di
Emilio Gnutti, e ancora a Lodi, nella sede di Banca Popolare Italiana. Gli
inquirenti vogliono approfondire i capitoli che riguardano la cessione
delle minorities per 1 miliardo della Popolare, i finanziamenti concessi
da Bpi.
Per quanto riguarda la Magiste (iscritta nel registro degli indagati come
persona giuridica), le Fiamme gialle hanno presentato un ordine di
esibizione per ottenere le carte relative ai modelli organizzativi della
società in base alla legge 231 per la responsabilità giuridica delle
società stesse.
Torna all'indice
|
Il ministro dell'Economia ha più volte manifestato idee molto diverse, e a mio parere tutte giuste, sulla governance della Banca d'Italia. Oggi è giunto il momento di capire se si trattava di opinioni personali, oppure di volontà politica; di capire cioè se questo ministro è solo un accademico preso a in prestito dalla Casa delle Libertà per fare bella figura sui mercati, oppure un vero ministro dell'Economia, del calibro dei suoi illustri predecessori, da Quintino Sella a Carlo Azeglio Ciampi. La strada da seguire per cambiare le regole e rimediare rapidamente al danno che Antonio Fazio ha arrecato alla credibilità internazionale dell'Italia è molto semplice. Nella scorsa primavera le Commissioni Finanze e Attività produttive della Camera dei Deputati, discutendo la legge sul risparmio, approvarono, con una maggioranza bipartisan, due emendamenti: il primo prevedeva il mandato a termine per il Governatore, il secondo sottraeva alla Banca d'Italia la responsabilità per la concorrenza tra le banche, attribuendola all'Autorità Antitrust. La Casa delle Libertà successivamente cambiò idea e in aula la legge venne approvata senza questi due emendamenti. In luglio, quando la legge arrivò alla Commissione Industria, commercio, turismo e alla Commissione Finanze e tesoro del Senato per la seconda lettura, i due emendamenti vennero riproposti dai senatori Ds. Entrambi vennero bocciati con il voto non soltanto dei senatori del Polo, ma anche di quelli della Margherita, guidati dal senatore Natale D'Amico, un ex dirigente della Banca d'Italia. Il 13 settembre la legge arriverà in aula al Senato. Se il ministro dell'Economia vuole davvero cambiare la governance della Banca, basta che egli riproponga i due emendamenti (per farlo c'è tempo fino all'8 settembre) e dichiari la volontà del governo di approvarli. La legge, nella nuova formulazione, potrebbe quindi essere votata dalla Camera prima dell'inizio della sessione dedicata alla Legge finanziaria. L'alternativa è non fare nulla (cioè presentare al Cicr una dotta relazione sul futuro della Banca d'Italia, senza tuttavia indicare alcuna azione concreta) oppure alzare il tiro annunciando una legge di riforma specifica. Una simile legge, per quanto perfetta, non avrebbe alcuna possibilità di essere approvata prima delle elezioni. Sarebbe un modo equivoco per mantenere tutto com'è. Nell'intervista estiva al Sole24Ore Romano Prodi ha annunciato, per la Banca d'Italia, un progetto coerente con questi due emendamenti. I senatori della Margherita li hanno bocciati, con buona pace di chi ritiene che i pochi liberisti siano tutti al «centro». La parola è a Rutelli. giavazzi-f@yahoo.com Torna all'indice |
ROMA.
Oggi è il giorno dell’autodifesa di Antonio Fazio al Cicr, del
confronto tra il Governatore e i ministri Siniscalco, La Malfa,
Alemanno, Scajola, Lunardi e Castelli. Alla vigilia di una giornata
chiave per il caso Bankitalia un blitz della Finanza: acquisiti
documenti negli uffici di Ricucci, in quelli di Gnutti e alla ex
Lodi.Fazio, ecco il giorno dell’autodifesa. Il governo insiste: «Niente processi» Alessandro Barbera ROMA Il giorno dell’autodifesa di Antonio Fazio è arrivato. Appuntamento alle dieci a Via XX settembre. Ci saranno il padrone di casa Domenico Siniscalco e i ministri Giorgio La Malfa (Politiche comunitarie), Gianni Alemanno (Agricoltura), Claudio Scajola (Attività produttive) e Pietro Lunardi (Infrastrutture). Più un inconsueto invitato: il leghista Roberto Castelli, ministro della Giustizia nonché autore della bozza di disegno di legge sul tema delle intercettazioni. In teoria la presenza di Castelli potrebbe essere giustificata dal fatto che diversamente non ci sarebbe stato nessuno del Carroccio. Ma in questo caso avrebbe potuto andare Maroni, ministro economico della Lega e ci sarebbe stato anche un Udc. Così non sarà, ed è il segno che Berlusconi vuole lanciare un messaggio all’esterno. Non è l’unico: «Nessun processo», ribadiscono la Lega e Gianni Alemanno per An. Il premier sta facendo di tutto per smorzare i toni: il primo Consiglio dei ministri dopo il Cicr infatti non sarà il due settembre ma lunedì 29 agosto, giorno in cui il premier sarà ancora in Russia in visita di Stato. Fonti di governo parlano di «due ragioni esclusivamente tecniche», ma ieri sera non si sapeva quale fosse l’ordine del giorno che potesse giustificare il Consiglio. Sembra comunque chiaro che oggi qualcuno, probabilmente Siniscalco, accennerà alla riforma della governance di Bankitalia. L’argomento è obbligato. Fazio invece si limiterà a una relazione «tecnica» sulle Opa Bnl e Antonveneta, e in particolare sulla seconda, la scalata sulla quale Fazio ha avuto un occhio di particolare riguardo. Il governatore cercherà di dimostrare esattamente l’opposto: e cioè che Giampiero Fiorani non ha goduto di alcun trattamento particolare. Difficile da dimostrare alla luce delle intercettazioni, un po’ meno se, come proverà a sostenere Fazio, si leggono le motivazioni con le quali il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso degli olandesi di Abn Amro contro la sua autorizzazione. Questioni complicate per chiunque non sia della materia, e che difficilmente potranno convincere a cambiare radicalmente idea sulla sua correttezza. La decisione se cercare di ottenere o meno l’addio di Fazio da Bankitalia è squisitamente politica. Nel governo ci sono due «partiti». Il primo, sostenuto dal premier, si è convinto che il governatore debba rimanere in sella fino alla fine della legislatura. L’altro, capeggiato da Siniscalco e Tremonti, è più preoccupato dei riflessi sulla credibilità del Paese dopo che le intercettazioni fra Fazio e Fiorani hanno fatto il giro del mondo. Nessuno nega la necessità di riformare rapidamente Bankitalia. Tutti sono d’accordo per introdurre il mandato a termine (otto anni come la Bce) e il principio della collegialità nelle decisioni. Gli interventisti però non contano sull’impegno di Fazio a un’autoriforma. Vorrebbero procedere rapidamente attraverso il disegno di legge sul risparmio, prevedendo contestualmente il passaggio dei poteri in materia di concorrenza sulle banche all’Antitrust. L’altro partito preferisce accodarsi alle proposte degli amici del governatore, come i senatori Grillo ed Eufemi: al massimo un atto parlamentare per sollecitare Bankitalia ad approvare l’autoriforma entro un anno. Sembra ormai chiaro anche ai più «moderati» che se Bankitalia non farà da sé, allora sarà necessario intervenire per via parlamentare. «La questione della legge sul risparmio va chiusa, magari ponendo anche la fiducia», dice Alemanno. E nel provvedimento «dovremo metterci dentro anche regole nuove per Bankitalia». Il diesse Sergio Gambini, in passato relatore della legge alla Camera, aggiunge che se la maggioranza presentasse una proposta di modifica che preveda «mandato a termine, vigilanza sulla concorrenza all’Antitrust e principio di collegialità», l’opposizione sarebbe pronta ad appoggiarla. Enrico Letta della Margherita è convinto che questa sia l’unica strada percorribile: «L’autoriforma è una presa in giro, mi auguro che dalla prossima riunione del Cicr non esca questa indicazione. Serve una discontinuità netta e la nomina bipartisan del prossimo governatore».
|
Tito
BoeriInvece di portare subito la crisi Banca d'Italia in Parlamento, il governo ha preferito convocare e poi rinviare a fine agosto una riunione del Comitato interministeriale per il credito e risparmio (Cicr). Oggi sapremo se, come temiamo, è stato solo uno stratagemma per prendere tempo e poi lasciare tutto come prima, anziché sfruttare il senso d'urgenza suscitato dalla crisi per forzare una riforma comunque necessaria. Banca d'Italia va riformata con o senza Fazio. Perché la struttura di governo dell'istituto, le sue competenze, e il suo modo di rispondere (meglio, di non rispondere) del proprio operato di fronte al Paese sono anacronistici, non a caso unici nell'ambito dell'Unione monetaria europea. Questi aspetti sono apparsi chiari a tutti nelle ultime settimane quando abbiamo saputo fino a che punto il governatore abbia potuto agire in splendido isolamento, potendo ignorare il parere di tutti, dentro e fuori l'istituto. Lo hanno saputo, e anche questo è indicativo, grazie all'operato della magistratura. Abbiamo anche toccato con mano il fatto che questa governance impedisce a Banca d'Italia di correggere i propri errori. Nonostante il capitale umano concentrato in via Nazionale, l'istituzione non ha reagito ai danni per la sua immagine e per quella del Paese causati dall'azione del governatore. Meno evidente è forse risultata ai più la posta in gioco nel conflitto sulle competenze sull'antitrust bancario. Il nostro Paese ha bisogno, per uscire dal declino economico cui sembra destinato, di un sistema bancario efficiente, in grado di facilitare l'accesso al credito da parte di chi è in grado di investire nel futuro. Oggi i neolaureati della Bocconi, accettati nelle migliori università straniere, non riescono a farsi concedere un prestito dalle banche per finanziare i propri studi. Chi ha un ottimo curriculum e ottime opportunità di carriera ma, per sua sfortuna, non ha ancora un contratto di lavoro permanente, fatica ad accedere ai mutui per comprarsi una casa. Abbiamo costi dei servizi bancari, anche quando aggiustati per tenere conto delle specificità di ciascun Paese, tra i più alti d'Europa, senza che questi più alti costi siano compensati da una remunerazione più alta dei depositi per un dato tasso attivo. Al contrario, l'Italia ha, dopo la Germania, lo spread più alto fra tassi attivi e passivi nell'ambito dei maggiori Paesi industrializzati. Secondo le indagini della Commissione europea, siamo anche il Paese i cui cittadini sono maggiormente critici rispetto alla trasparenza delle informazioni fornite loro dalle banche. Sono tutti mali che possono essere curati mediante iniezioni di concorrenza, facendo dipendere l'autorizzazione alle fusioni bancarie intra e internazionali dall'impatto competitivo di queste aggregazioni, spezzando i cartelli collusivi, limitando la concentrazione delle partecipazioni di industriali nelle banche e aumentando la trasparenza nell'operato delle banche, a partire dal sottoporre le obbligazioni bancarie alle regole del mercato. Ci vuole chi si batta per garantire questo bene pubblico che è la concorrenza, nel sistema bancario. Non è certo via Nazionale, chi governa le banche o è da queste governato, a spingere per una maggiore concorrenza, che ridurrebbe i loro margini di profitto. Se la riforma va fatta anche senza Fazio, non si può delegare a Fazio il compito di varare la riforma. Ha dato ampia prova in questi anni, a partire dalla sua opposizione all'ingresso dell'Italia nell'euro, di opporsi con decisione a qualsiasi riduzione dei propri poteri. E non è certo l'Europa a imporci la strada dell'autoriforma. Come spiegato da Francesco Vella sul sito www.lavoce.info, la Banca centrale europea non si opporrebbe certo ad una riforma votata dal Parlamento che applicasse a via Nazionale il modello della Bce in termini di collegialità, accountability e assenza di competenze sull'antitrust bancario. Non solo l'Europa non riduce i poteri (e dunque neanche i doveri) della nostra classe politica nel varare una riforma improrogabile, ma anzi è proprio l'Europa a chiedercela. Non soltanto l'opinione pubblica e la stampa internazionale che hanno dato ampio risalto alle vicende di via Nazionale. E' la stessa Banca centrale europea a chiederci di intervenire. Perché non solo il suo modello di governance, ma anche i suoi pronunciamenti sull'accountability delle banche centrali e le sue regole di condotta interne sono antitetici rispetto alla gestione monocratica di Banca d'Italia e al suo operato nella vicenda Antonveneta. E non è possibile che nell'ambito di ciò che si definisce come il sistema di banche centrali europeo possano coesistere regole così diverse e banche centrali coinvolte in crisi che possono incrinare la credibilità dell'intero sistema e governatori che, anche dopo l'ingresso del proprio Paese nell'Unione monetaria, definiscono l'euro come un purgatorio. Torna all'indice
|
I
settimanali di gossip non si sono dimenticati di lui tutta
l’estate: ogni numero un servizio con foto, in barca e a terra; ma
di lui, Stefano Ricucci, non si sono dimenticati neppure i
magistrati che hanno invece deciso di fotografare, al miscrocopio,
le sue attività. E ieri gli uomini del nucleo speciale di polizia
valutaria della Finanza sono andati in trasferta a Roma, alla sede
della Magiste, la sua società; che Ricucci ama ripetere essere
proprio solo sua e dei suoi genitori, Matteo e Gina (Ma.Gi. e Ste,
come Stefano).Sarà di famiglia, ma dovrebbe pur rispettare la legge e così ieri, su ordine delle procura di Milano, i finanzieri hanno ordinato alla Magiste di esibire documentazione della società, già iscritta nel registro degli indagati come persona giuridica e sospettata di aver violato la legge 231 sulla responsabilità oggettiva. In particolare non avrebbe predisposto i modelli organizzativi adatti a prevenire proprio quei reati per cui Ricucci - sospeso dalle cariche per due mesi - è indagato: aggiotaggio, insider trading e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza. I pm milanesi, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, tornati al lavoro a pieno ritmo, non si sono dimenticati neppure di Emilio Gnutti - giusto ieri sospeso, in base all’ordinanza del gip Forleo, anche dalle cariche nel Monte dei Paschi di Siena. Nelle sue società GP Finanziaria ed Earchimede gli uomini della Finanza hanno esibito un decreto di sequestro di documenti, firmato dai pm. Nel decreto si cita esplicitamente il provvedimento della Banca d’Italia datato 30 luglio: quello che sospendeva l’autorizzazione all’Opa di Bpi su Antonveneta, inzialmente concessa. Da ciò si deduce che a dare nuovo impulso all’inchiesta della magistratura milanese sono state proprio le carte trovate dagli ispettori di Bankitalia, in particolare quelle sui contratti riguardanti la cessione di quote di minoranza. Lo stesso decreto di sequestro è stato presentato anche alla sede della Banca Popolare Italiana, a Lodi, oggetto di una nuova «visita» dei finanzieri. Ma la giornata di indagini era tutt’altro che finita perchè fino a sera, a Palazzo di Giustizia, i pm hanno interrogato due testimoni. Il primo, Ferdinando Luigi Belloni, è il responsabile dell’area crediti della Bpi: l’area, cioè, da cui i magistrati sospettano siano partiti finanziamenti ai sottoscrittori dell’aumento di capitale della banca stessa; quel miliardo e mezzo necessario a riequilibrare i coefficienti patrimoniali in vista dell’Opa. Ma è stato sopratutto il secondo testimone a focalizzare l’interesse degli inquirenti: Gennaro d’Amico dirigente della banca di Gianpiero Fiorani dopo essere stato un brillante funzionario della Banca d’Italia. E questo suo passato gli ha permesso di diventare - secondo la definizione dei pm milanesi - il «trait d’union tra la Bpi e l’organo di vigilanza» durante la trattativa sull’Opa per Antonveneta. Un ruolo-chiave che emerge anche dalle telefonate intercettate tra i protagonisti della vicenda. E’ sul contenuto delle intercettazioni, nonchè sulle operazioni riguardanti le quote di minoranza, che si sono incentrate le domande dei pm. Sono state cinque ore di interrogatorio in un clima piuttosto teso, tanto che nei corridoi della procura rimbombavano le voci. E a un certo punto si è sentito chiaro e netto il pm Fusco gridare: «Lei non può dire menzogne». Clima dunque teso, ma alla fine D’Amico, che era entrato come testimone nella stanza dei pm, tale è rimasto: per ora l’elenco degli indagati è comunque rimasto inalterato. Ma non è escluso che a breve possa ancora allungarsi, con funzionari e con «sottoscrittori» che sono stati finanziati dalla banca.\ Torna all'indice
|
Francesco
SpiniA Lodi si studia ogni mossa per uscire dalla vicenda Antonveneta senza vendere necessariamente il 29,5% in mano alla Banca popolare italiana agli olandesi di Abn Amro. Tanto che ieri la ex Bipielle, al termine del consiglio di amministrazione, ha spiegato al mercato che «i contatti intrattenuti dagli advisor hanno confermato il concreto interesse da parte di primari istituti di credito nazionali e internazionali a considerare soluzioni alternative che possano valorizzare la partecipazione detenuta dalla Banca popolare italiana in Antonveneta». Una dichiarazione ufficiale, questa, che segue le trattative condotte per conto di Bpi da Lazard e da Dresdner, culminate due giorni fa con l’incontro con gli advisor degli olandesi (Rothschild e Lehman Brothers), conclusosi con un nulla di fatto. Le trattative e la situazione della banca sono state al centro dei colloqui (attesi da tempo) che l’amministratore delegato Olmo ha avuto nel pomeriggio in Banca d’Italia. Alla vendita dell’intera quota all’Abn Amro (che non sarebbe disposta al compromesso ma offre 26,50 euro per azione) a Lodi preferirebbero una soluzione alternativa. Le indiscrezioni parlano di incontri avvenuti nei giorni scorsi tra gli advisor di Bpi e Banca Intesa che avrebbe però assunto una posizione se non proprio possibilista quantomeno attendista, visto che, al contrario di quanto hanno fatto altri istituti chiamati in causa, non ha mai smentito le voci in merito a un possibile coinvolgimento. Sul fronte internazionale contatti avrebbero interessato, tra gli altri, la francese Bnp Paribas e la tedesca Deutsche Bank. Ma a detta di alcuni osservatori gli annunci lodigiani potrebbero essere più che altro un escamotage per alzare la posta in vista di una riapertura agli olandesi. Per il resto Bpi ancora ieri ha riaffermato «la priorità di cooperare con le autorità di vigilanza» e di «porre in essere tutto quanto è necessario affinché sia garantito il ritiro della sospensione delle due offerte». Una richiesta puramente formale, visto il procedere delle indagini. Anche di questo ieri si sarebbe parlato nel corso della visita di Olmo in Banca d’Italia. Via Nazionale, anche alla luce di quanto emerso riguardo al precedente parere negativo della Vigilanza datato 8 luglio (un’Opa lodigiana avrebbe contrastato la «sana e prudente gestione delle banca» a causa delle incertezze sulla situazione patrimoniale) poi disatteso da Fazio, potrebbe presto revocare le autorizzazioni a suo tempo date per scalare l’ex popolare padovana. È attesa anche una decisione definitiva della Consob in merito all’Opa obbligatoria e all’Opas volontaria su Antonveneta, ora sospese. Tutto questo dovrà succedere prima che Bpi possa materialmente passare alla fase operativa delle trattative, il cui risultato dovrà passare al vaglio di authority, magistrati e custode giudiziale dei titoli, l’avvocato Emanuele Rimini. Intanto ieri la banca ha difeso l’aumento di capitale (realizzato «con la massima correttezza e trasparenza», scrivono in Bpi) su cui gli inquirenti vogliono fare piena luce. Con tale operazione oggi la banca, a quanto si legge nel comunicato, può disporre di un patrimonio netto consolidato «di oltre 4 miliardi». La posizione finanziaria registra liquidità per 3 miliardi a cui se ne aggiungono 2 del pacchetto (congelato) di Antonveneta. Sul punto critico della vicenda, i coefficienti patrimoniali, Lodi comunica che «considerando i dati relativi all’aumento di capitale, senza il consolidamento della partecipazione Antonveneta, i coefficienti patrimoniali di Bpi ai fini di vigilanza evidenziano un Tier 1 capital ratio al 16,52%» contro un minimo richiesto del 4% «e un Total capital ratio al 16.38%», quando la soglia minima è dell’8%. Torna all'indice
|
| ROMA. Arriva il giorno della verità del
governatore. Oggi Antonio Fazio, numero uno della Banca d’Italia,
chiarirà il suo operato nelle vicende Bnl e Antonveneta. Lo farà
nella riunione del Comitato interministeriale per il credito e il
risparmio (Cicr) convocato dal ministro dell’Economia, Domenico
Siniscalco. Ma sulla sua linea di difesa non ci sono dubbi. «Ho
agito nel rispetto delle regole», dirà. Di dimissioni non parlerà
né lui né alcuno dei ministri presenti. Oltre a Siniscalco fanno parte del Comitato Alemanno, La Malfa, Scajola e Lunardi, si è fatto invitare Castelli perché la Lega fosse presente, ma non ci sarà nessuno dell’Udc. Al massimo - si fa osservare - si potrà parlare del progetto di autoriforma, ma è più probabile che neanche questo tema venga toccato. soprattutto perché il governo sembra già orientato a una riforma della Banca d’Italia che passi dal disegno di legge sul risparmio che giace al Senato. Fazio non si dimetterà e, più che difendersi, spiegherà, con la sua prosa fatta di frasi brevi e molte pause, la correttezza della sua azione, i passaggi puntuali che hanno portato alle decisioni di Bankitalia. E che sia stato fatto tutto secondo le regole, ha anticipato ieri Luigi Grillo, senatore di Forza Italia e caro amico del governatore, è provato dalla sentenza del Tar del Lazio sul via libera all’Opa di Fiorani. «Basta leggere le 50 pagine della sentenza del Tar che riconosce alla Banca d’Italia di aver agito in modo imparziale - dice Grillo in un’intervista al Sole-24 Ore - La verità è che il mercato ha fatto fallire le Opa degli Olandesi e degli spagnoli (caso Bnl ndr). Fazio ha dato le autorizzazioni nei tempi dovuti e in modo imparziale». «Il governatore è rilassato, consapevole di non aver sbagliato e di non aver violato la legge. Farà una relazione circostanziata e approfondita», dicono a Palazzo Koch, la sede della Banca d’Italia. Tutto secondo le regole e le consuetudini di Banca d’Italia, spiegherà Fazio. Sì, conusetudini. Come quella di telefonare ai banchieri per parlare delle decisioni da prendere o di quelle già prese. «Il governatore ha rapporti con tutti i banchieri - dice ancora Grillo - certamente il rapporto tra Fazio e Fiorani è il frutto della grande stima che il governatore ha nei confronti di un ottimo banchiere». Stima e se lo ha chiamato dopo aver firmato il tanto atteso via libera all’Opa, spiega il senatore di Forza Italia, è perché «le telefonate informali dopo una decisione sono un atto dovuto che risponde a una prassi». Anche a mezzanotte passata. Ma sulla strada del chiarimento pesano come macigni anche le ultime rivelazioni sull’operato della Vigilanza della Banca d’Italia. Claudio Clemente e Giovanni Castaldi, a capo dei servizi Vigilanza sugli enti creditizi e Concorrenza normativa e affari generali, l’8 luglio avevano proposto al vertice di Bankitalia di non dare l’autorizzazione all’Opa della Banca popolare italiana (la banca di Fiorani) e, anzi, di ritirare tutte le autorizzazioni già concesse. Come si è visto Fazio decise diversamente. Cresce il bibattito sul futuro della Banca d’Italia con una novità di rilievo. Se fino a pochi giorni fa nella maggioranza si guardava soprattutto all’autoriforma di Bankitalia, magari inserita in un quadro normativo dettato dal Parlamento, oggi prende piede l’ipotesi di inserire il mandato a termine del governatore (otto anni) nella legge di riforma del credito ferma al Senato. E non solo quello. Nei progetti ci sarebbe anche la trasformazione della gestione della Banca d’Italia da organismo monocratico a collegiale, sulla scia di quanto accade per le altre Autorità di garanzia. Con tutta probabilità una decisione verrà presa già nella prima riunione del consiglio dei ministri, il 29 agosto, dopo aver valutato gli elementi forniti oggi dal governatore alla riunione del Cicr. «Aspettiamo la relazione di Fazio - dice Luca Volonté, capogruppo Udc alla Camera - poi apriamo una riflessione». Sull’utilizzo della legge sul risparmio per arrivare al mandato a termine è d’accordo anche l’opposizione. «Il Cicr non serve a nulla e invece di convocarlo andrebbe abolito - dice Pierluigi Bersani, responsabile economico dei Ds - questi problemi vanno risolti con la dignità e la forza delle leggi. Si torni subito in Parlamento con la riforma del risparmio». «L’autoriforma è una presa in giro, perché dovrebbero farla coloro che hanno bloccato la legge sul risparmio», commenta Enrico Letta, Margherita. Torna all'indice
|
Per Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, «che Fazio debba dimettersi o meno con le regole attuali dipende da lui. Ma il Paese ha bisogno di ristabilire quella che è l’autorità e l’autorevolezza della Banca d’Italia, e il governatore ha una responsabilità nei confronti del Paese e dell’istituto per quello che è successo. La riuniome del Cicr sarà l’occasione per chiarire tutto». «Vediamo quali sono le cose che dirà Fazio - ha aggiunto il leader della Cisl -: il governatore ha il dovere di precisare quale è stata la sua posizione in questa vicenda. Io non faccio nè il magistrato nè i processi in piazza. Credo che vi sia stato un indebolimento della visione dell’istituto centrale di credito che deve essere considerato». «Credo che si debba fare in fretta e in modo bipartisan la legge sul risparmio - ha concluso Savino Pezzotta - per sistemare quella partita. Penso che sia arrivato il tempo, avendolo detto in tempi non sospetti, che la carica di governatore della Banca d’Italia debba essere una carica a termine. Fazio deve spiegare cosa è accaduto perchè l’unica cosa che non abbiamo ancora sentito è proprio la sua voce». «Sparare proposte di riforma sull’onda dell’emotività» vuol dire «andare contro gli stessi interessi dei cittadini italiani. E’ la posizione del Sibc, sindacato indipendente Banca Centrale, sulla possibilità di una riforma di Banca d’Italia, dopo le ultime vicende sulle opa Bnl e Antonveneta. Secondo il sindacato, su Palazzo Koch volano «troppi avvoltoi» che «vogliono approfittare dell’ennesimo scivolone del governatore, questa volta sull’opa Antonveneta, per riformare, assecondando interessi e capricci di parte, un’istituzione così importante per il sistema economico e finanziario italiano». Secondo il segretario generale del sindacato, Massimo Dary, «se si vogliono adattare le funzioni della Banca centrale alle nuove realtà del Paese e dell’Europa, si costituisca una commissione di saggi che, con il fondamentale contributo della Banca d’Italia, elabori in pochi mesi un progetto di riforma in grado di rispondere alle esigenze della collettività, nel rispetto dell’autonomia sancita a livello europeo». E soprattutto, conclude Dary in una nota, «si scinda il problema della riforma istituzionale dal caso creato dall’attuale Governatore con i suoi ingiustificabili comportamenti personali, le cui regole non sono certamente scritte nello Statuto della Banca d’Italia, ma andrebbero ricercate nel codice deontologico di chiunque sia chiamato a gestire un’istituzione pubblica». Torna all'indice
|
| PADOVA. Bpi alza il tiro. Dichiara di avere un
patrimonio netto consolidato di oltre 4 miliardi e liquidità
finanziaria per 3 miliardi, che salgono a cinque considerando le
azioni Antonveneta. Ma non solo. I contatti intrattenuti dagli
advisor Dresdner e Lazard confermano l’interesse di «primari
istituti di credito nazionali e internazionali» per il pacchetto
Antonveneta, al punto da «considerare soluzioni alternative che
possano valorizzare la partecipazione». Bpi vende, quindi, e Abn
Amro è pronta a trattare. Il Cda di Lodi, andato in scena ieri nella sede della Popolare, si è dimostrato - come nelle previsioni - interlocutorio. Nessuna decisione, infatti, sarà presa prima di un giudizio definitivo sulle offerte sospese da parte di Bankitalia (dove ieri pomeriggio si è recato l’ad Olmo) e Consob. Piuttosto, la presa di posizione dell’istituto lodigiano ha il sapore dell’ultimo rilancio sul tavolo della mediazione in corso con gli olandesi. Popolare è sana, dice il Cda, i coefficienti patrimoniali, dopo l’aumento di capitale da 1,5 miliardi, sono invidiabili: Tier 1 capital ratio al 16,52% (minimo richiesto 4%) e un total capital ratio al 16,38% (minimo richiesto 8%). Bpi riafferma la volontà di collaborare con le autorità di vigilanza e di «porre in essere tutto quanto è necessario affinché sia garantito il ritiro della sospensione di Opa e Opas». Non vuole essere considerata una banca all’angolo del ring finanziario, e come tale pronta a svendere il proprio 29,9% di Antonveneta. Al punto di intrapendere iniziative legali «volte a tutelare la propria immagine». E se Popolare Italiana alza il tiro, Abn Amro sembra pronta a smussare gli angoli. Dopo essersi chiuso rigorosamente nella propria posizione (offerta di 26,5 euro ad azione), l’istituto olandese pare assumere un atteggiamento più aperto. Il quotidiano «Het Financieele Dagblad» parla di offerta che Popolare Italiana avrebbe già formalizzato. Resta da vedere a quali condizioni. Due elementi spingono a sostenere che fra le due parti non sia in corso un muro contro muro. Entro martedì o mercoledì della prossima settimana gli advisor dei lodigiani (Dresdner e Lazard) e quelli degli olandesi (Rothschild e Lehman Brtothers) torneranno infatti a incontrarsi. Di fronte a un aut aut da parte di Abn (26,5 euro ad azione o nulla) e soprattutto alla luce del fatto che nel caso di revoca delle autorizzazioni a scalare Antonveneta Bpi sarebbe costretta a vendere, non ci sarebbe altro da aggiungere. Invece gli olandesi sembrano oggi più disponibili nell’affrontare la trattativa «senza preclusioni», come sostengono fonti vicine ad Amsterdam. Ovvero a considerare l’ipotesi di una “buonuscita” da assicurare a Lodi: la merchant Interbanca e una quota parte (100 secondo alcune voci) di sportelli Antonveneta. La banca guidata da Giovanni Benevento insiste nel sostenere di avere altri candidati interessati a rilevare il pacchetto Antonveneta, banche italiane e straniere. Ma se l’inchiesta della magistratura dovesse accertare irregolarità sui due pilastri su cui si basa l’operazione su Antonveneta (l’aumento di capitale e le cessioni delle minorities da 1 miliardo che hanno portato i coefficienti patrimoniali entro i limiti di legge) per la Banca d’Italia sarebbe obbligatorio revocare le autorizzazioni concesse alla Popolare a salire nel capitale. L’istituto lodigiano si troverebbe così nell’urgenza di vendere la propria partecipazione in una posizione contrattuale di evidente debolezza. Ma anche se non si dovesse arrivare a una revoca, appare quanto meno difficile che un terzo istituto si possa assumere l’onere di acquisire un pacchetto di azioni sul quale indaga la magistratura. Senza considerare che Abn potrebbe chiedere il blocco delle eventuali plusvalenze per i lodigiani in quanto azioni viziate da attività illecita. Torna all'indice
|
|
ROMA - «Il governo
chiede nuove regole subito, perché la credibilità del Paese è
devastata». Stamattina, al tavolo del Cicr, Antonio Fazio si sentirà
fare questa comunicazione dal ministro del Tesoro, Domenico
Siniscalco. I due si sono sentiti al telefono tre giorni fa per
concordare i dettagli tecnici della riunione, e oggi si
confronteranno su due linee non compatibili: il governatore, forte
della sentenza del Tar del Lazio del 19 luglio scorso, ribadirà la
bontà del proprio operato; Siniscalco risponderà che la legittimità
degli atti, quand´anche fosse dimostrata, è «condizione
necessaria, ma non sufficiente» per chiudere il caso, visto il
gravissimo danno d´immagine che la vicenda intercettazioni ha
portato su tutto il Paese. E secondo il ministro del Tesoro, senza
un segnale di modernizzazione delle regole gli effetti saranno
deleteri. Il rischio è che si passi dalle copertine beffarde della
stampa internazionale a qualcosa di ben più pesante come le
ricadute negative sugli investimenti esteri.
|
|
Per il resto, di parlare non se ne parla in casa Fazio e dintorni. Vige la consegna del silenzio nella cerchia di parenti e amici stretti del governatore chiuso nella sua casa di cemento armato progettata dal fratello ingegnere (detto "Cementone") nell´antico centro della Valle di Comino. Solo qualche battuta uscita spontaneamente tra fidatissimi tradisce il clima di assedio che Antonio Fazio e famiglia vivono in attesa dalla riunione odierna del Cicr: «Almeno finirà questa "accesaglia" di guardoni», si lascia sfuggire il suocero Donato Rosati riferendosi a giornalisti e curiosi in visita ad Alvito. Gli stessi sacerdoti di parrocchie e abbazie sembrano rispettare il riserbo degli amici fidati: «È un momento duro per il governatore, ma passerà», commentano. E le intercettazioni telefoniche sull´affaire Antonveneta? «Forse sono solo fraintendimenti. Il tempo è un galantuomo, appianerà tutto». Passeggiate solo dopo mezzanotte. Per evitare domande e incontri imbarazzanti il governatore ha mancato anche gli appuntamenti canonici di messe, processioni, pranzi e incontri. Mai estate è stata così imbarazzante per Fazio e famiglia. Torna all'indice
|
| ROMA - «Ho parlato con Berlusconi proprio
adesso: il governo non farà nessun passo per cambiare dall´alto
norme e compiti della Banca d´Italia. Non ci sarà un intervento
legislativo ad hoc. Semmai sarà il Parlamento a modificare le
regole di via Nazionale, nell´ambito della riforma del risparmio».
Roberto Maroni, ministro del Welfare, torna a difendere il
governatore Antonio Fazio: «Deve essere lui, se lo ritiene
opportuno, a pensare ad una autoriforma». L´uscita del ministro legista conferma che c´è ancora incertezza nel governo sulle sorti della Banca d´Italia e del governatore che sarà ascoltato oggi dal Cicr, il Comitato del credito e del risparmio. Al vertice, a sorpresa, la Lega sarà rappresentata dal ministro Roberto Castelli. Ma Gianni Alemanno, An, che pure siede nello stesso organismo, fa capire che l´autoriforma non è per niente l´unica via e che comunque servono regole nuove perché la struttura dell´Istituto da monocratica deve diventare collegiale. E così la pensa pure il ministro dell´Economia, Domenico Siniscalco, che presiede il vertice, e ormai da giorni reclama una svolta perché teme contraccolpi per la credibilità dell´Italia, dopo le intercettazioni. L´intera vicenda è seguita con la massima cura sia dal Quirinale che dal sottosegretario Gianni Letta. Lo stesso premier, Silvio Berlusconi, ne ha discusso a lungo col ministro Claudio Scajola, che pure sarà al Cicr, in un incontro a Porto Rotondo. In più, al governo è giunto ora anche un chiaro messaggio della Commissione Ue che «segue da vicino» gli sviluppi italiani, per assicurarsi che sulla storia delle Opa straniere non ci sia stato un veto di fatto da parte di via Nazionale. Stessa attenzione anche da parte della Bce che giovedì prossimo riunirà il suo comitato direttivo. Perciò: cambiare le regole della Banca d´Italia. Il problema è come, per quale via. Molto dipenderà anche dalle capacità di persuasione del governatore. Se oggi, davanti ai ministri del Comitato del credito, sarà convincente, l´ipotesi più soft dell´autoriforma, decisa autonomamente da Via Nazionale, potrebbe anche farsi largo. Se invece Fazio si limiterà a difendere il suo operato nelle scalate bancarie, allora il governo potrebbe decidere di intervenire davvero con una iniziativa legislativa, dentro o fuori la riforma del risparmio. Tutte e due le soluzioni sul tappeto, poiché contemplano una rivoluzione delle norme e delle prerogative della Banca centrale, rappresentano comunque un «segnale» per il governatore. Fazio, si sa, non intende farsi da parte, non vuole dimettersi e neppure autosospendersi perché convinto di aver bene operato, nel rispetto delle norme italiane ed europee. Ma certo le modifiche allo studio andrebbero anzitutto ad infrangere il tabù del mandato del governatore, da sempre considerato un baluardo dell´autonomia della Banca, introducendo un termine di 8 anni, oggi inesistente, come avviene alla Bce. Si tratta poi di affidare all´Antitrust la concorrenza bancaria, attualmente di competenza di via Nazionale. Infine, di rendere quanto più possibile collegiali le decisioni di vertice, proprio sul modello della Banca centrale europea. Su questi cambiamenti c´è - ci sarebbe - ormai un´intesa bipartisan mentre l´idea dell´autoriforma è bollata dal diessino Enrico Letta come «una presa in giro». E´ esclusa la possibilità di revocare per legge il mandato di Fazio anche perché il passo è sconsigliato dalla stessa Bce: il governatore resterebbe dunque in via transitoria per un periodo da definire, con tutte le conseguenze del caso. Così, mentre il governo studia le possibili mosse, già si parla del dopo-Fazio. E come sempre avviene in casi del genere, impazza il toto-nomine. Tanti i nomi. Tra questi, Mario Draghi e Tommaso Padoa Schioppa. Torna all'indice
|
| ELSA VINCI MILANO - «Sono emersi contratti derivati su crediti stipulati da Banca Popolare Italiana nella stessa data delle cessioni delle partecipazioni di minoranza di società del gruppo e degli acquisti di opzioni con controparti bancarie». Se erano rimasti dubbi sulla cosiddetta questione delle minorities (cessioni di quote di minoranza) bene, da ieri, questi dubbi non ci sono più. A fugarli definitivamente sono gli stessi pubblici ministeri Eugenio Fusco e Giulia Perrotti nel mandato di perquisizione esibito ai dirigenti della Bpi e delle società di Emilio Gnutti: Earchimede e Gp Finanziaria. La procura, in sostanza, ha trovato le prove di quello che fino a pochi giorni fa era solamente un sospetto: ovvero che le cessioni delle quote di minoranza di alcune società possedute da Bpi fossero in realtà fittizie. Un espediente per trasformare carta in denaro e aggiungere qualche zero ai numeri da presentare a Bankitalia. E questo grazie a una serie di opzioni a vendere (put) e a comprare (call) ovviamente ben concordate con gli acquirenti (la maggior parte delle minorities sono state acquistate da Deutsche Bank, in seconda battuta la Dresdner e poi la Gp Finanziaria ed Earchimede). Si tratta di un passo decisivo dell´inchiesta che da ieri è entrata in una fase nuova. I pm vogliono accertare se le operazioni compiute da Fiorani e dai suoi uomini per raggiungere i ratios richiesti dalle autorità di vigilanza sono stati regolari oppure no. E nel caso in cui non lo siano stati vogliono avere un quadro certo del livello di consapevolezza dei vari manager. La cosa va letta tenendo presente che il 30 luglio Bankitalia aveva ritirato - proprio in considerazione dell´ambiguità di alcuni contratti - l´autorizzazione concessa in un primo momento (era l´11 luglio). Recita sempre il mandato di perquisizione di ieri: l´attività mira a verificare «se si sia trattato di contratti non dichiarati all´autorità di vigilanza e che potrebbero modificare significativamente i presupposti in base ai quali è stata rilasciata l´autorizzazione dell´11 luglio». Nel blitz negli uffici di Gnutti, i finanzieri hanno cercato anche tracce di un documento che proverebbe ulteriormente l´esistenza di un accordo con Fiorani e Ricucci: «Un pezzo di carta» di cui Gnutti parla in termini piuttosto espliciti nel corso in una telefonata intercettata dalla Guardia di finanza e allegata al mandato di sequestro. L´operazione di ieri è stata piuttosto complessa tanto che la Procura si è avvalsa di tutti e tre i reparti della Guardia di finanza che sin dall´inizio stanno seguendo questa indagine (il nucleo provinciale di Milano, la squadra della sezione di polizia giudiziaria della Procura e il nucleo speciale di polizia valutaria). Anche perché contemporaneamente alle perquisizioni i pm hanno deciso di prelevare documenti anche in altre società: su tutte, la Magiste di Stefano Ricucci. Indagata secondo la legge sulla responsabilità penale delle persone giuridiche, la 231, Magiste ha dovuto esibire il modello organizzativo previsto dalla legge. Mentre a Milano i due pm interrogavano per cinque ore Gennaro D´Amico, ex funzionario Bankitalia e ora in forza alla Bpi, proprio sullo scottante argomento delle minorities. L´inchiesta sull´aggiotaggio per la scalata Antonveneta, dunque, marcia a ritmi forzati. E sembra essere giunta a toccare uno dei punti nevralgici, quello dei parametri richiesti dalle autorità di vigilanza per dare il via libera alla scalata. Oltre alla questione delle minorities all´attenzione dei pm c´è infatti l´aumento di capitale. Due argomenti - fanno notare in procura - non necessariamente così disgiunti. Torna all'indice
|